Con i Tuareg nel Tassili N’Ajier, Il deserto dipinto (Algeria)
In Tamachek, la lingua Tuareg, Tassili significa “Grande Altipiano”. Il Tassili Najjer, in particolare, è un’altopiano roccioso con un’altitudine media di 1.700 metri, che offre un’aspetto uniforme senza grandi rilievi ...
Il tramonto nel deserto è una finestra sull’anima
Proverbio Tuareg
Deserto di roccia affrescata
In Tamachek, la lingua Tuareg, Tassili significa “Grande Altipiano”. Il Tassili Najjer, in particolare, è un’altopiano roccioso con un’altitudine media di 1.700 metri, che offre un’aspetto uniforme senza grandi rilievi. A seconda dei luoghi, le montagne appaiono curiosamente ritagliate, simili a rovine d’antichi manieri, oppure a canyons le cui strapiombanti pareti, alte fino a duecento metri, fuggono il sole finché questi non entra nella loro verticale. Situato nel sud-est Algerino, il Parco Nazionale del Tassili, istituito nel 1972, si estende oggi su di una superficie pari a 80.000 chilometri quadrati. Nell’85 è stato inserito nella lista del patrimonio mondiale culturale della Biosfera, protetto dall’UNESCO, grazie alle ricchezze archeologiche ed alle peculiarità naturalistiche che ospita e che, di conseguenza, affidano a questa terra protetta una doppia missione di conservazione.
Collocato in pieno Sahara, il parco, vero e proprio museo all’aria aperta, ha negli agenti atmosferici e nei turisti i suoi più grandi nemici. I primi, prepotenti ed inarrestabili, sono sensaltro i meno dannosi, i secondi invece, non accontentandosi di fotografare (senza flash) o solo di ammirare le grandiose opere d’arte parietale, si abbandonano troppo spesso ad atti di vandalismo e furto, che assottigliano sempre più questo patrimonio unico al mondo.
E’ la fine dell’anno del 1986 e, come degli astronauti sbarcati su di un lontano pianeta, camminiamo nelle “città pietrificate” del deserto roccioso, dalle forme simili a ” piazze, vicoli e portici” ricavati dall’opera paziente e continua delle intemperie, ripercorrendo a ritroso migliaia di anni dell’antica vita sahariana, fino ai lontani giorni in cui le popolazioni dedite alla pastorizia, fuggendo il caldo delle pianure (già allora era iniziato il processo di desertificazione, andato via, via intensificandosi), salivano con le proprie mandrie ai pascoli alti dei monti Tassili. Passeggiando in una vera e propria galleria d’arte rupestre possiamo immaginare bene queste genti primitive che, nei lunghi momenti di caldo cocente, all’ombra delle alte pareti rocciose si dedicavano ad ornare ed illustrare le loro “città” ispirandosi a scene di vita quotidiana (e a quei valori che assicuravano loro prosperità e sopravvivenza), che li ritraevano con gli armenti, a caccia, in guerra o durante le feste e i misteriosi riti simili a quelli che animano ancora oggi la vita notturna delle ultime popolazioni tribali del pianeta. Adoperando ocra ed altri colori naturali, pare fissati alle pareti rocciose con albume d’uovo, gli artisti ci hanno tramandato scene di vita d’epoche lontane. Tramite questa sensazionale testimonianza grafica (una specie di lungo fumetto), gli studiosi hanno potuto accertare che almeno dodici civiltà, succedutesi nell’arco di migliaia d’anni, hanno frequentato i pascoli del Tassili! Attraverso una tale “finestra” chiunque, anche adesso, può assistere almeno in parte a ciò che succedeva nella “stanza” della preistoria, e contribuire alla conoscenza ed allo studio di quel lontano periodo.
I dipinti di animali feroci, uomini e maschere, dai colori rimasti miracolosamente intatti, si mostrano come fossero affrescati ieri, vere e proprie opere d’arte create da talenti dall’elevato senso artistico, che rimarranno per sempre degli anonimi .
Basta cogliere la dolcezza del movimento dell’affresco cosiddetto “delle danzatrici”, per essere certi della sopraffina qualità di quei “Giotto” o “Michelangiolo” del Sahara.
Attraverso l’attenta lettura delle scene di vita traspare anche il grosso turbamento metereologico che, nel giro di poche centinaia d’anni, ha cambiato la faccia del vasto territorio.
Il processo di desertificazione ha lentamente ma inesorabilmente travolto un mondo intero, lasciando in ogni modo ad alcune piante ed animali il tempo necessario per adattarsi a nicchie ecologiche diverse. Su quelle montagne, resistono ancora oggi, pochi e millenari esemplari di cipresso (cupressus dupreziana), oltre ad alcune piante minori della flora mediterranea. Questi veri e propri monumenti vegetali non fruttificano ormai più, ma sopravvivono, non si sa come, imponendo la loro estrema testimonianza di un lontano e verde Sahara. Nel Tassili, piove in media ogni 10-15 anni, ma l’umidità della notte e qualche risorgenza d’acqua (guelta ) permettono una stentata vita vegetale. Quelli che una volta erano impetuosi fiumi e torrenti, adesso appaiono come autostrade vuote e ciottolose dove crescono ancora sporadici ciuffi d’erba e dei cespugli quali la tamerice, l’acacia radiana e la callotropis procera, dalle grandi e verdissime foglie. Gli oued, o fiumi fossili sono, al momento, le vie naturali più facilmente percorribili per addentrarsi in quest’enorme massiccio. Da Giabbaren a Tamrit è tutto un susseguirsi di scoperte e paesaggi diversi ed incantati, simili ad enormi scenografie cinematografiche. L’ambiente circostante, fatto di sola pietra levigata in fantastiche forme simili a funghi, porticati, grotte, archi ed antri di vario tipo, si anima di numerose pitture parietali. Il vasto insieme sembra rubare la voce al vento che canta nelle gole e negli anfratti. Visitare questi monti a piedi, con l’attenzione del passo dopo passo, è il modo più felice per calarsi in quel lontano passato. Il deserto ha mummificato e mantenuto le preziose istantanee d’epoche scomparse, tramandandole fino a noi direttamente, saltando ogni epoca storica successiva.
Guidati dai fidi tuareg, i famosi “uomini blu”, di cui Ahmed è il capo, abbiamo camminato per giorni, ore ed ore, al fine di visitare i vari siti archeologici di una parte del Tassili. Poi la sera, intorno all’immancabile fuoco, questi navigatori del deserto ci hanno preparato il loro tipico tè alla menta e la taghellà, una squisita zuppa di verdure e pane appena cotto.
A questo proposito, spinto dalla solita invadente curiosità, mentre gli altri amici del gruppo con il quale condivido il viaggio cenano a suon di scatolette e pane, sono attratto da un tuareg che sembrava fungere da cuoco e mi dirigo verso di lui. L’uomo, incrociate le gambe, siede di fronte al fuoco da lui acceso, e dopo aver disposto con cura sacchetti contenenti cibo, spezie ed altro alla sua destra ed alla sua sinistra, inizia ad armeggiare fra le poche pentole, per preparare il pane e la cena. Azione che svolgerà in tutta tranquillità, seduto e senza alzarsi mai... Ma come farà a cuocere il pane? Mi chiedo. In men che non si dica, l’uomo ha impastato la farina con l’acqua del suo otre di capra (antico recipiente usato tutt’oggi nel Sahara per trasportare acqua). Scansato il fuoco un po’ più il là, scava una buchetta nella sabbia silicea, alloggiandoci l’impasto a forma di pane. Ricoperto il tutto con la sabbia riporta il fuoco ed i suoi tizzoni giusto sopra, in modo che il pane cuocia intanto da una parte. Nel frattempo pone una pentola con acqua e verdure spezzettate a bollire, aggiungendo del sale e delle spezie. Dopo un po’ di tempo, sposta il fuoco, scava il pane divenuto già più solido, ne scuote la sabbia depositatasi sopra con semplici colpetti (essendo sabbia silicea essa cade completamente), per rimetterlo ancora una volta sotto la rena, ricoperta di nuovo dal fuoco che brucia allegramente illuminando le tenebre. Trascorso un altro breve periodo (15 minuti?) sposta nuovamente il fuoco, scava il pane, e dopo averlo scosso una seconda volta me lo fa assaggiare. Che bontà! E chi l’avrebbe detto… e poi la sabbia non rimane attaccata all’impasto ormai cotto e quindi il tutto è commestibile e molto profumato...meraviglie della cucina tuareg! Visto il mio interesse, in un fluente francese il tuareg mi invita allo speciale desco. Naturalmente accetto con entusiasmo. Come rifiutare una cena calda sotto lo stellato sahariano? Intanto gli altri, che hanno finito la loro pseudo-cena, con una punta d’invidia si avvicinano anch’essi al fuoco.
Fra una cucchiaiata e l’altra, alzo gli occhi verso la meraviglia delle meraviglie: il cielo stellato. Nel deserto, di notte, si ha la precisa percezione del come mai questo portento venga definito anche “volta celeste”. Solamente nei deserti infatti, data la purezza e la limpidezza dell’aria, tutte quelle costellazioni che in altri luoghi non appaiono ad occhio nudo, sono visibili. Il risultato è che un numero infinito di puntini accesi, come tante lampadine dai coloro diversi, illumina un’enorme cupola nera che tende ad arrivare fino (e qua sta la differenza con l’alta montagna) a toccare l’orizzonte che in questi luoghi appare perfettamente circolare. Questo fenomeno permette di apprezzare la volta celeste in tutta la sua fantastica veste naturale. “Monsier, la taghellà est servie”, dice il tuareg, svegliandomi da un sogno ad occhi aperti. “Mais qu’est-ce que c’èst la taghellà”, domando. “La soupe du desert, monsieur, la suope du peuple tuareg”, risponde la guida facendo brillare il bianco degli occhi, visibili attraverso quella finestrella ricavata nel tipico turbante blu.
Fatto sta che la minestrina di verdura, ben insaporita da spezie esotiche, va giù alla grande e produce una bella sensazione di benessere nello stomaco. Cosa c’è di più buono di una calda scodella di minestra dopo una giornata di trekking?
“Ti rimette al mondo”, diceva sempre Giovanni Cecconi, compagno ed amico di sempre, mentre ne preparava una di quelle liofilizzate, rimestando col cucchiaio nella gamella. “Dopo una giornata di viaggio o di trekking, ci vuole, prepara e ristora lo stomaco, e reidrata in modo favoloso”.
Passo dopo passo alla scoperta degli “Uffizi sahariani”
In una bella giornata di Dicembre, lasciamo i palmizi dell’oasi di Djanet, antico fortino dei legionari francesi, per dirigersi a bordo di fuoristrada fino ai piedi della scarpata che delimita l’altopiano roccioso del Tassili. Il viaggio è breve, appena 15 chilometri, ma sufficiente per regalarci una prima impressione di grandiosità dell’universo Sahara. Su e giù per le dune dell’Erg d’Admer, l’altopiano appare come una gran fortezza assediata dalla sabbia. Lasciati i mezzi meccanici, carichiamo l’equipaggiamento, i viveri ed i bagagli personali su di una carovana d’asini. Accompagnati dalle guide del Parco Nazionale del Tassili - N’Ajier, iniziamo a salire a piedi l’Akba Tafelalet, lungo una valle incassata fra alte pareti rocciose. Raggiunto l’altopiano, il cui bordo assomiglia ad un vasto balcone, ci affacciamo verso la vastità del mare di sabbia che si perde verso l’orizzonte. Uno spettacolo immenso appare ai nostri occhi! Dalla bastionata di roccia si possono ammirare le lontane e sottostanti dune rigate dalle varie piste prodotte dalle jeep e punteggiate qua e la da isolati complessi rocciosi dalle forme più bizzarre, colorate di marrone e di nero. Attraversata una piatta estensione arriviamo in località Tamrit, riconoscibile dai vari funghi rocciosi di straordinaria bellezza. Tan Zumaitak, ampio ricovero con un affresco di 28 metri quadrati, è un vero e proprio capolavoro d’arte parietale preistorica, dove sono rappresentati i vari stili dell’epoca arcaica. Il grande canyon s’inabissa con un’impressionante voragine di seicento metri; la valle dei cipressi millenari (tarut) conservati nelle zone più riparate, all’ombra d’alte pareti rocciose, annovera dei veri e propri fossili viventi, ultime testimonianze arboree di un periodo preistorico certamente meno desertico. Si prosegue in direzione nord-est attraversando la località di In Eleuen, straordinario rilievo di guglie e torrioni tormentati dall’erosione e modellati nelle forme più strane e curiose. A Titeras n’Elias, sulla parete di uno stretto ricovero, ammiriamo un carro con la rappresentazione detta del “galoppo volante” (Lhote) che appare di un dinamismo eccezionale. Passo, passo tocchiamo i siti di In Itinen e In Etuami fino a raggiungere Tin Tazarift, frastagliato massiccio di grès emergente dalla sabbia dorata. Gli affreschi di Tin Tazarift rappresentano per lo più personaggi simbolici con una grande testa rotonda, ricoperta spesso di corna o piume, armati di arco o lancia: figure enigmatiche che hanno stimolato la fantasia dei critici e degli storici (giganti, divinità, extraterrestri?).
Poi si arriva a Sefar vera e propria città preistorica dotata di piazze e vicoli naturali scavati nella roccia. Qui sono rappresentati tutti gli stili. Da quello cosiddetto a “testa rotonda”, marcatamente simbolico, bisogna arrivare al terzo millennio a.C. quando lo stile è caratterizzato dalla presenza di grandi mandrie di bovini: è l’epoca dei mandriani e dei pastori, durante la quale compaiono scene di lavoro e di vita familiare in uno stile realista attraverso il quale traspare l’interesse dell’artista verso una raffigurazione dinamica e prospettica. Proseguendo verso sud si arriva ad Alanedumen, dove poche ma interessanti pitture adornano le pareti rocciose che costeggiano l’ued omonimo. Un rigoglioso cipresso si erge imponente e solenne, ultimo superstite di un bosco di 4.000 anni fa. Infine, oltre una pianura appare Giabbaren, il santuario archeo-pittorico più ricco del mondo. Formato da tante cupole rotonde in arenaria, il sito ha ospitato per millenni, le abitazioni di popoli preistorici. Le tante “sale” del museo all’aria aperta ci mostrano l’evoluzione della fauna. Dalle giraffe ai rinoceronti, alle grandi mandrie di bovini, fino all’introduzione del cavallo prima e del cammello poi, all’inizio della nostra era. Attraversando il letto fossile dell’Ued Amazar, si raggiunge la stazione rupestre d’Inauanhrat, vero e proprio nido d’aquile. In quest’antico luogo di culto, ammiro la superba rappresentazione della “dea cornuta” (la “dama bianca”) accompagnata da alcuni personaggi mascherati, forse stregoni o sacerdoti di un antico culto agreste.Di notte fa freddo e siamo costretti nei nostri sacchi di piuma per non battere i denti. Al mattino, spesso, ci alziamo e vediamo scintillare la sabbia: la brinata notturna, dovuta al freddo pungente, ci regala scenari inusuali. Pare quasi che nel deserto abbia nevicato.
Ormai il trek volge al termine ma prima di tornare a Djanet il programma prevede un tuffo nelle sabbie del Sahara. Abbiamo ancora alcuni giorni per visitare l’Erg, il deserto di sabbia finissima dell’Admer, un vero mare di bionde onde silicee. Siamo nel deserto dei nostri sogni, dove le notti sono così nere e così fredde, dove l’aria e terza e le rumorose città europee così lontane, nel tempo e nello spazio, tanto da sembrare irreali.
Il deserto è un paesaggio interiore. Ognuno lo vede con gli occhi della propria anima. L’immensità e la vastità paiono annientare chiunque. Il silenzio poi è così puro da far paura. E’ un luogo immaginario dove si può toccare con mano la solitudine intrinseca dell’essere umano ed allo stesso tempo lasciare che la mente spazi ovunque…come il vento che sibila fra le composizioni rocciose. Ancora un paio di giorni seguendo ardite piste che scavalcano colline di sabbia dorata. Ogni tanto si fa una passeggiata su delle apparenti sassaie che emergono dal deserto e che indicano con precisione antichi luoghi di sosta di popolazioni nomadi. Due passi e macine, macinelli, pestelli, punte di freccia, coltelli silicei, appaiono, quasi galleggiando da millenni sulla sabbia che, grazie alle tempeste, ora li scopre, ora li seppellisce, in un andirivieni che risale alla notte dei tempi. Poi, in lontananza, ecco apparire dei cerchi concentrici di pietre che hanno il diametro che arriva ai 200 metri. Sebbene non appaia chiaro a prima vista, questi non essendo equidistanti dal centro, sembrano raffigurare orbite di astri appartenenti ad un sistema solare. Qualche pseudo-studioso ne ha attribuito la tracciatura ad esseri venuti dallo spazio siderale. Io propendo più per l’ipotesi che le vede costruite dai popoli nomadi del passato, grandi osservatori della volta celeste. E’ innegabile che le cosiddette “tombe solari” appaiano, a chi le vede per la prima volta, in tutta la loro enigmaticità, come avvolte nel mistero.
Siamo alla notte di fine anno ed ognuno tira fuori qualche prelibatezza tenuta segreta per l’occasione. Il sole è calato oltre l’orizzonte portandosi con se anche l’ultimo tepore. Fa freddo e tutti pensiamo la stessa cosa: come faremo ad aspettare mezzanotte?”Ma perché non ci mettiamo d’accordo che mezzanotte coincida con le nostre 10 di sera?” – propongo al resto del gruppo. “Evviva!” “Ci sembra una buona idea” – rispondono tutti. Allora buon anno ragazzi!
Baci abbracci e…tutti a letto, e di corsa. “brrr che freddo!” esclamo insaccandomi, poi, col pensiero a tutti quelli che stanno per festeggiare nel mondo, chiudo gli occhi pensando ormai al ritorno. Intanto uno sciacallo ulula lontano riconducendomi alla realtà sahariana.
Ecco quindi che il battesimo del deserto è un sogno avverato e dunque non rimane che attendere l’aereo che ci riporta in Italia. La partenza avviene al tramonto, il velivolo s’invola nel cielo fra lame di luce radente che illuminano due montagne gemelle, situate lontano fra le dune.
Sono nere e diverse dalle altre. Svettano fra le dune dorate, simili a mastodontiche sentinelle che i tuareg chiamano col toponimo: “Porta di Tahort”, una gran porta naturale che, da millenni ha annunciato a generazioni di nomadi, la via del ritorno.
Chissà quante carovane di cammelli sono passate per questa “porta”, quanti uomini blu hanno gioito nel riconoscerla da lontano. Anch’io riesco a vederla bene, la Porta di Tahort e, sebbene ancora a migliaia di chilometri dall’Italia, accolgo l’evento quale ben’augurale per un sereno ritorno alla vita di tutti i giorni.
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