La Sardegna a piedi in inverno e nell'interno
Febbraio 1984, Sardegna. Con tenda e fornelletto, sacchi a pelo in piuma d’oca e zaino pesante. 17 giorni di cammino senza un itinerario predefinito, soltanto tre punti noti: la partenza da Santa Teresa di Gallura, il passaggio dal Gennargentu e l’arrivo a Capo Spartivento. L’intenzione era attraversare le montagne interne, ma anche visitare cittadine e paesi lungo il percorso non perdendo bellezze storiche e artistiche defilate: un nuraghe, una pieve, un palazzo. Cristina ed io ci siamo lasciati guidare dalla rossa del Touring Club Italiano, uscendo dagli stereotipi – sole mare estate -, per andare alla scoperta dell’interno in inverno. Ne è venuto fuori un percorso dell’anima in una regione unica per spazi liberi e per quell’elemento naturale che sa rigenerarti e distruggerti al contempo. Parlo del vento e lo sento ancora sbattere i teli in nylon della nostra tenda azzurra ad igloo. Sotto le sughere della Gallura, fra le pietre del Limbara, nella neve del Bruncu Spina. E poi in Barbagia e nel Campidano. E a Capo Spartivento, limite sud-occidentale del Golfo di Teulada, non riuscivamo a stare in piedi per le raffiche di maestrale. Gli autoscatti di chiusura del cammino ci ritraggono sbattuti e con i capelli per aria.
Abbiamo sperimento ancora che l’importante è il cammino, non la meta. Che il viaggio è partire senza sapere dove si dormirà e quali luoghi si attraverseranno. E poi è perdersi e ritrovarsi, bagnarsi e bagnare tutto in una notte di pioggia e di vento e poi scaldarsi a un provvidenziale fuoco che un contadino ha acceso per sé. E, senza saperlo, anche per noi.
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